The P factor
Quando le macchine accelerano, gli esseri umani contano di più
Durante l’ultimo anno, due aziende a cui tengo molto, Aisera e Docebo, hanno completato i propri rebranding. Entrambe hanno scelto di costruire il proprio messaggio attorno al primato dell’Uomo sull’Intelligenza Artificiale. L’uomo resta in controllo e le persone sono sempre determinanti per il successo del business.
L’intera industria sta oggi incardinando le proprie attività di marketing attorno a messaggi simili, nel tentativo di contrastare le preoccupazioni sull’impatto dell’AI sulla forza lavoro. Il rischio, sempre più concreto, è un forte rallentamento delle assunzioni che verosimilmente colpirà soprattutto la fascia meno formata, dai profili junior a chi non sa come aggiornarsi, non vuole o non può farlo. O, peggio, non crede di doverlo fare.
Eppure, nonostante il rischio di una bolla finanziaria che aleggia sul settore, la tecnologia è solida e, quando viene introdotta correttamente nei processi, porta benefici reali, significativi e misurabili, sia a livello individuale che aziendale.
Dove tirare la riga
L’introduzione della fotografia digitale ha comportato la quasi estinzione di alcune professioni, non ci sono più molte camere oscure in giro, ma ha anche creato molti nuovi mestieri e tecnologie, rivoluzionando processi e interi settori come il marketing. Dopo quasi trent’anni oggi tutti abbiamo in tasca una macchina fotografica digitale, tuttavia riconosciamo immediatamente un fotografo professionista da un inetto come me. So scattare una foto, ma basta fare due chiacchiere con mia moglie dopo una vacanza per capire la differenza.
Oltre alle ragioni che ho provato a raccogliere in questo articolo, ci sono altre due considerazioni che trovo particolarmente rilevanti.
La prima riprende un tema di natura culturale di cui già parlavo. In questa intervista il filosofo Luciano Floridi spiega che “in un’epoca dominata dall’Intelligenza Artificiale, il capitale semantico diventa la chiave per comprendere ciò che ci rende umani e insostituibili”. Definisce il capitale semantico, locuzione da lui coniata, come la “ricchezza di esperienza e di cultura, di conoscenze e di storie, che mi permette non solo di capire il mondo e me stesso, ma anche di costruire la mia esistenza e darle una direzione, incidendo su ciò che mi circonda. La parola capitale, d’altronde, indica un valore che dà valore”.
Questa conclusione appare coerente con i primi dati sull’adozione della tecnologia. L’uso dell’AI è più frequente, nella stessa fascia di età, tra coloro che possiedono migliori abilità di base come lettura, scrittura, problem solving, presentazione e pianificazione. In sintesi, l’AI è un moltiplicatore di capacità. Migliori sono le competenze, migliore è il risultato finale.
Il secondo motivo, in parte collegato al primo, per cui la Persona resta e resterà imprescindibile con la diffusione dell’AI riguarda le applicazioni che più beneficiano della tecnologia, cioè l’automazione dei processi. ChatGPT, Gemini e Claude non sono solo macchine per effettuare ricerche o scrivere riassunti. Gli Agenti AI permettono di automatizzare flussi operativi con una granularità e una flessibilità senza precedenti. Un processo efficiente, però, richiede un livello di comprensione del problema e di validazione della soluzione che in larga parte resta umano.
Dove si gioca la partita
Questo evidenzia un punto spesso frainteso. L’AI non riduce la complessità del decidere, la accelera. Gli Agenti possono ottimizzare parametri e proporre soluzioni in tempo reale, ma ogni output è sempre una risposta a un insieme di criteri che qualcuno ha definito. Più l’automazione diventa potente, più la fase preparatoria, cioè cosa ottimizzare, con quali vincoli e con quali priorità, diventa centrale. L’AI elimina i colli di bottiglia operativi, non quelli cognitivi.
In questo senso l’AI non sostituisce la Persona, ma la espone. Chi non sa formulare bene un problema, scegliere metriche sensate o valutare trade-off reali viene travolto dalla velocità delle macchine. Un processo automatizzato può prendere migliaia di micro-decisioni al secondo, ma resta cieco sul perché le stia prendendo. La responsabilità umana non diminuisce con l’AI, si sposta a monte, nella definizione del modello del mondo che l’AI sta eseguendo. E quel modello, per sua natura, non è mai neutrale.
Tornando alle considerazioni iniziali, l’AI ha il potenziale di portare benefici significativi a ogni livello, ma solo le aziende in grado di accompagnare la propria forza lavoro nell’ottenere vantaggi personali valorizzando, e non sostituendo, le competenze ne coglieranno i frutti.


